Monte Orocco: anello da Case Gelana

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Punto di partenza/arrivo: Case Gelana 534 m

Dislivello: 850 m ca.

Durata complessiva: 4,30/4,40 h

Tempi parziali: Case Gelana-Caneso (45 min.) ; Caneso-Monte Orocco (1,20 h) ; Monte Orocco-Segarino (1,10 h) ; Segarino-Momarola (45 min.) ; Momarola-Case Gelana (35 min.)

Difficoltà: E/E+

Attrezzatura: ordinaria da escursionismo

Ultima verifica: gennaio 2020

Accesso stradale: Parma-Borgo Val di Taro-Bedonia. Da quest’ultima località si continua lungo la SP 3 diretta al Passo del Bocco, seguendola per qualche chilometro. Raggiunto un bivio situato nel fondo della valletta formata dal Rio Gelana, si imbocca a destra (indicazione) la stretta stradina di accesso a Case Gelana. Dopo essere transitati a fianco di una casa, si prosegue per il tracciato – che procede parallelelamente al corso d’acqua che da il nome alla valle – ancora per poco. Entrati nella piccola frazione di Case Gelana, si abbandona l’auto (parcheggio)

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Descrizione dell’itinerario

Anello molto bello e solitario che permette la conoscenza di luoghi montani dal sapore antico, ricchi di fascino e suggestione. Il percorso che da Caneso sale alla sommità del Monte Orocco, nonostante appaia in alcune mappe contrassegnato dal CAI, è attualmente in totale disuso e in un tratto difficilmente reperibile. La cima del Monte Orocco offre una visuale sul Monte Penna che definirei ideale. Mi piace immaginare che le antiche popolazioni Liguri adorassero proprio sulla vetta di questo monte la loro divinità – il dio Pen – identificato con il Monte Penna.

Da Case Gelana si raggiunge in breve una cappella, da cui si prosegue diritto per carraia (percorso CAI n° 827). Si avanza costeggiando costantemente il corso del Rio Gelana, trascurando uno stradello a sinistra. Si transita nei pressi della località Molino Gelana, raggiungendo poco più avanti un’area recintata con vasche per la pescicoltura. Si costeggia tutta la recinzione (cani da guardia poco ospitali!), al termine della quale si svolta a sinistra attraversando mediante suggestivo ponte – costruito su volere di Maria Luigia – il Rio Gelana. Appena dopo si presenta un incrocio (indicazioni) dove si prosegue diritto in direzione di Caneso, assecondando un’ampia mulattiera che presto effettua un tornante sinistrorso. Al successivo bivio si trascura a destra una traccia (segnavia disposti poco più avanti), iniziando a guadagnare quota nella sponda sinistra orografica della valletta formata dal Rio delle Barche. Si continua per un buon tratto verso sud-ovest, procedendo perlopiù in lieve salita, fino a quando un tornante destrorso determina un brusco cambio di direzione. Effettuata poco dopo una curva a sinistra ed usciti in panoramici pendii prativi, si prosegue per traccia erbosa che svolta successivamente a sinistra. Si avanza tra campi e terrazzamenti lungo un percorso che poi tende a scomparire: si deve puntare al limite superiore dei prati dove si recupera il sentiero segnato. Rientrati nel bosco, si trascura subito a sinistra una traccia che conduce ad una fontana, proseguendo diritto in salita. Svoltando progressivamente a sinistra, si esce in altri prati che si contornano inizialmente lungo il loro margine sinistro in direzione di un muretto a secco che delimita e fa da basamento ad un altro campo. Qui si vira a destra, sbucando poco dopo in altri ripiani prativi che si risalgono per traccia più evidente e con segnaletica più puntuale rispetto alla sezione precedente. Si sale quindi verso verso destra in direzione di un segnavia, raggiunto il quale si piega subito a sinistra progredendo per mulattiera. Dopo una svolta a destra e una ripida salita, si attraversa un cancello in legno sbucando al sommo di pendii prativi che offrono belle visuali sulla Val Gelana. Qui il percorso, che torna ad essere per un breve tratto poco evidente, piega a sinistra e procede delimitato da una recinzione. Si vira poco dopo a destra avanzando per mulattiera, trascurando, in corrispondenza della terminazione della recinzione disposta alla nostra destra, una traccia a sinistra. Si prosegue diritto costeggiando un’altra recinzione, questa volta collocata alla nostra sinistra, ignorando, in corrispondenza del suo termine, un percorso a sinistra. Si avanza per bella mulattiera fiancheggiata ai lati da campi, sempre delimitati da recinzioni, svoltando poi a sinistra. Dopo una curva a destra si sale costeggiando le mura del cimitero di Caneso, immettendosi, in corrispondenza del suo ingresso, in una carrareccia. La si segue entrando presto nel suggestivo borgo, 805 m, che si attraversa lungo la via principale (segnavia). Raggiunta la chiesa, si vira a sinistra sbucando nella strada d’accesso al paese. Attraversata quest’ultima, ci si dirige verso una cappella oltre la quale si prosegue per stradina in salita. Al primo bivio si prende a destra uno stradello, trascurando subito una carraia che si stacca a sinistra. Si svolta a destra transitando poi a fianco di alcune case, continuando successivamente per stretto viottolo tra vecchie costruzioni diroccate. Al primo bivio si prende a sinistra uno stradello che inizialmente sale verso destra, svoltando presto a sinistra. Uscendo progressivamente dal nucleo abitato, si guadagna quota per vecchia mulattiera affiancata ai lati da notevoli esemplari di muretti a secco. Più in alto si transita a fianco di una stalla e di una casa, per poi virare a sinistra e progredire assecondando la suggestiva mulattiera, in questo tratto ottimamente conservata. Teoricamente dovremmo trovarci in un percorso segnato dal CAI (n° 827 b): in realtà non incontreremo, fino alla cima dell’Orocco – a cui siamo diretti – nessun segnavia, e nel prosieguo faticheremo non poco nel reperire la giusta traccia. Dopo essere transitati a fianco di una casa semi-diroccata, si continua per il bel tracciato che piega a sinistra e prosegue divenendo più infrascato. Più avanti si passa a fianco di una costruzione (trattasi della località Carnè), situata alla nostra sinistra, che precede una presa dell’acquedotto disposta alla nostra destra. Oltre quest’ultima si affronta una ripida salita per mulattiera più ampia, effettuando poi un tornante destrorso. Poco dopo si svolta a sinistra e si procede per traccia piuttosto infrascata costeggiando dei prati situati alla nostra destra. Si transita poi a fianco di una costruzione diroccata e si prosegue per mulattiera dissestata con rami a terra (segno di un totale abbandono di questo percorso), continuando a costeggiare il margine dei prati di prima. Si guadagna successivamente quota per tracciato infossato e giunti a poca distanza da un rio situato alla nostra destra, si incontra un bivio, non particolarmente evidente, da cui si prende la traccia di sinistra. Si prosegue per vecchia mulattiera poco incavata nel terreno, delimitata in alcuni punti da muretti a secco, ammirando lungo il cammino interessanti esemplari di faggio. Procedendo parallelamente al rio di prima, si piega poi a destra trascurando tracce laterali, tenendo sempre il percorso più marcato. Dopo aver compiuto una curva a sinistra, si riprende la direzione di prima oltrepassando un albero divelto. Si continua per l’incerta mulattiera costeggiando successivamente delle radure arbustive, dirigendosi poi verso un rio. Da questo punto in avanti, almeno per una discreta sezione, il percorso ci darà filo da torcere per quello che concerne la sua individuazione. Giunti al menzionato rio, lo si varca svoltando subito a destra, progredendo inizialmente per mulattiera ampia e abbastanza evidente. Ma dopo una svolta a sinistra il tracciato diviene ben poco percettibile: si continua perciò cercando di intuire l’incavo della mulattiera. Poco più avanti si deve piegare a destra e procedere parallelamente al percorso principale, in questo tratto ostruito dalla vegetazione. Ora attenzione: nel momento in cui ci si inserisce nuovamente nella traccia di prima, non la si segue a destra in salita, ma, ad un bivio per nulla evidente, si prende il sentiero di sinistra alquanto labile. Se abbiamo imboccato la traccia giusta, dovremmo varcare un rio e avanzare in salita lungo la sua sponda destra orografica. Si sbuca appena dopo nelle radure arbustive della località Costa Scanegallo, dove il percorso vira nettamente a destra. Assecondando una traccia non molto evidente, si attraversa inizialmente una macchia boscosa, continuando poi ad avanzare per radure con arbusti. Qui il sentiero si perde del tutto: si deve proseguire diritto per poco, spostandosi poi a destra onde recuperare una sorta di tratturo. Messo piede su quest’ultimo, lo si asseconda costantemente in lineare ripida salita, prima tra arbusti, poi per pendio prativo. Dopo questa sezione erta e faticosa, si approda nei dolci declivi sottostanti la sommità della montagna. Il percorso si sposta a sinistra e dopo una breve macchia boscosa asseconda il dorso di una bella costa (si nota, nelle radure alla nostra destra, uno stagno). Raggiunta la base del ripido pendio finale, si penetra in una macchia boscosa svoltando nettamente a sinistra. Si avanza in obliquo ascendente per traccia appena accennata fino ad uscire nei pendii prativi della dorsale meridionale della montagna. Da qui, piegando nettamente a destra, si risalgono questi ultimi, raggiungendo poco dopo la sommità del Monte Orocco, 1365 m. Dopo una meritata sosta, si incomincia la discesa verso Segarino assecondando l’ampio e inizialmente panoramico dorso del crinale settentrionale della montagna. Raggiunto il sommo di un poggetto erboso, si scende ripidamente fino ad immettersi nell’ampia traccia del percorso CAI n° 829. Si avanza assecondando o rasentando il filo della dorsale che divide la Val Gelana dalla Val Ceno. Il tracciato più avanti procede in lieve salita aggirando a sinistra un’altura boscosa, fino a ricongiungersi con il filo del crinale nei pressi di un notevole balcone panoramico. Si asseconda la boscosa dorsale progredendo ancora per un tratto il lieve salita, raggiungendo poco più avanti una selletta erbosa che si attraversa. Dopo un ulteriore tratto in leggera salita all’interno del bosco, si sbuca al sommo di un’ampia area caratterizzata da radure arbustive. Si perde quota assecondando inizialmente un tratturo ben incavato, per poi avanzare su traccia molto labile che tende a scomparire. Si scende appena a destra di una linea formata da alcuni vecchi paletti di legno, ma poco dopo, spostandosi a sinistra, si recupera un tratturo più evidente che perde quota a sinistra dei menzionati paletti. Più in basso, un’indicazione collocata sul tronco di un albero alla nostra destra con scritto “Segarino” ci conferma di essere nel giusto percorso (il dubbio viene dal fatto che, stando alle mappe, il tracciato contrassegnato n° 829 avrebbe dovuto piegare a destra più in alto rispetto al punto in cui siamo). Dopo una discesa tra arbusti, si sbuca in altri panoramici pendii prativi che si attraversano. Rientrati nel bosco, si perde quota piuttosto ripidamente per traccia ben incavata, raggiungendo infine un bivio (indicazione). Trascurato a sinistra un sentiero e diritto una labile traccia, si prende il percorso di destra che appena dopo si allarga a carraia. Dopo il primo tratto in piano, si incomincia a perdere quota sbucando in un’area di rado bosco. Nel momento in cui il tracciato effettua una curva a sinistra attraversando il sommo di un solco, si trascura a destra un percorso in salita. Attraversata interamente l’area disboscata, si rientra progressivamente nel bosco e si scende per carraia dissestata sottopassando un albero caduto che ostruisce il tracciato. Si avanza poi in lieve salita e dopo aver varcato un rio si incomincia ad attraversare una seconda area di bosco divelto. Dopo quest’ultima e rientrati nella autoctona vegetazione arborea, si continua lungamente per l’ampio tracciato perdendo quota parallelamente al dorso della costa nord-est della montagna. Congiuntisi con il crinale, si trascura subito un’ampia traccia che si stacca a destra e appena dopo un’altra a sinistra. Si prosegue per il bel tracciato costeggiando radure arbustive, ammirando in alcuni tratti belle visuali panoramiche. Dopo una discesa, si giunge nei pressi di una cappella, situata su un poggetto alla nostra sinistra, in corrispondenza della quale si stacca un percorso – teoricamente segnato dal CAI – che conduce a Fornolo. Noi proseguiamo diritto procedendo in lieve salita, contornando inizialmente il bordo di prati delimitati da una recinzione. Si continua per il comodo tracciato che avanza costeggiando belle radure e campi, fino ad immettersi in una strada asfaltata che si segue a destra. Ammirando splendide visuali e passando a fianco della Maestà di Segarino, si entra poco dopo nel piccolo ma suggestivo nucleo, 954 m. Usciti dall’abitato, si trascura subito una traccia a sinistra, proseguendo diritto (indicazioni) verso Momarola (percorso CAI n° 823). Ignorato appena dopo un sentiero a destra che porta a dei capanni con cani, si continua diritto per bella mulattiera, incontrando più avanti un segnavia con la numerazione del percorso. Si avanza comodamente all’interno di un interessante ambiente boschivo e raggiunto un bivio in corrispondenza di una radura, si prosegue a destra. Si continua lungamente per la bella mulattiera senza possibilità di errore, notando più avanti un capanno situato alla nostra destra. Usciti nel margine superiore di un’area di rado bosco ed effettuata una netta curva a destra, si presenta un bivio non segnato da cui si deve proseguire a destra. Dopo una ripida discesa per traccia sassosa, si compie una svolta a sinistra, rientrando in questo modo nel bosco. Si prosegue per il percorso principale che piega a destra (segnavia sbiadito sul tronchetto di un albero a sinistra) per poi virare a sinistra e procedere in lieve discesa. Dopo un paio di svolte e una ripida discesa, si sbuca in una radura che si attraversa al centro, rientrando poi nel bosco. Si continua a perdere quota per l’evidente tracciato che in un breve tratto si sdoppia, fino ad immettersi in una strada asfaltata a monte della frazione di Momarola, 678 m. Seguendo l’asfalto a destra si raggiunge in breve la chiesa del paese, in corrispondenza della quale si prende la stradina di sinistra. Si attraversa tutta la parte bassa della frazione ed al bivio che si presenta si va a sinistra procedendo per comoda stradina. Giunti in località Custi, si prosegue a sinistra transitando poco più avanti nei pressi di una casa. Attraversata anche la frazione di Case Zucca, si continua lungo l’asfalto in direzione delle abitazioni (con cani liberi poco ospitali!) del nucleo di Costa Cossone. Appena prima (indicazioni) si prende a destra un sentiero (CAI n° 823) che perde quota affiancato inizialmente da vecchi muretti a secco. L’evidente percorso piega poi a destra transitando a fianco di un roccione, effettuando appena dopo una svolta a sinistra. Più in basso la mulattiera passa a fianco di un palo di una linea elettrica, curvando successivamente a sinistra. Compiuto un tornante destrorso, si perde quota in direzione est tagliando i ripidi pendii della sponda sinistra orografica della valletta formata dal Rio Gelana. Dopo un tornante sinistrorso, si mette piede nello stradello d’accesso a Case Gelena in corrispondenza di una grande casa disabitata. Si segue il tracciato a destra avanzando parallelamente al corso d’acqua, ritornando dopo qualche minuto al punto di partenza dell’escursione (prima di Case Gelana, si nota un suggestivo ponte che, come quello che abbiamo attraversato appena dopo la pescicoltura, fu fatto costruire su volontà di Maria Luigia).

 

 

Lozzola – S. Bernardo – Groppo della Donna

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Punto di partenza/arrivo: Lozzola 520 m

Dislivello: 700 m ca.

Durata complessiva: 4,45 h

Tempi parziali: Lozzola-S. Bernardo (1,25 h) ; S. Bernardo-Groppo della Donna (50 min) ; Groppo della Donna-Groppo Neri-S. Bernardo (50 min) ; S. Bernardo-ofiolite di Castello-Lozzola (1,30 h)

Difficoltà: EE la salita al Groppo della Donna ; EE la breve digressione al gendarme ofiolitico ; E/E+ la restante parte dell’itinerario

Attrezzatura: ordinaria da escursionismo

Ultima verifica: settembre 2019

Accesso stradale: Parma-Fornovo-Ghiare di Berceto. Senza entrare nel centro di quest’ultima località, si prosegue ancora per qualche chilometro lungo la SP308R in direzione di Borgo Val di Taro. Ad un bivio si prende a sinistra la SP 532R diretta a Berceto e Bergotto. Raggiunto un altro bivio si imbocca a destra la stretta stradina d’accesso al paese di Lozzola. Entrati nel centro dell’abitato lo si attraversa per viottolo molto ripido e stretto, parcheggiando l’auto nella parte superiore in corrispondenza della chiesa

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Descrizione dell’itinerario

Notevole e “inedita” proposta escursionistica in luoghi ricchi di fascino naturalistico, panoramico e storico. L’accesso da Lozzola a S. Bernardo risulta in alcuni tratti poco evidente, sia per la scarsa frequentazione ed incuria, quanto per la presenza di diversi alberi divelti che ostacolano il cammino rendendo il tracciato a volte poco visibile. Il raggiungimento della sommità del Groppo della Donna, percorrendo la dorsale spartiacque da nord a sud, avviene spesso su tracce molto labili o inesistenti. Consultando alcune mappe sembrerebbe che il crinale in questione sia percorso da un sentiero segnato. Non ho idea se si tratti di un clamoroso errore di tracciatura oppure il suddetto sentiero sia andato in totale disuso. In ogni modo si tratta di un’ascesa di particolare interesse, anche perché si ha la possibilità di raggiungere una cima molto caratteristica, la prima da settentrione della dorsale Cogena/Manubiola, ben distinguibile dal secondo versante per le sue interessanti e uniformi pareti ofiolitiche. Nell’itinerario è proposta anche una digressione al fine di conquistare la sommità di una curiosa conformazione – anch’essa ofiolitica – in prossimità della frazione Castello, posta poco più in alto e ad est rispetto la località di partenza.

Dalla chiesa di Lozzola si continua per stradina asfaltata andando a sinistra al bivio che si incontra subito dopo. Si passa inizialmente a fianco di una casa diroccata e nei pressi del cimitero si effettua un tornante destrorso. Si sale poi piuttosto ripidamente fino a raggiungere un bivio dal quale, trascurato lo stradello d’accesso alla frazione Castello (la cui ofiolite visiteremo al ritorno), si prosegue a destra. Si procede inizialmente in lieve discesa avanzando successivamente ai piedi di un groppo ofiolitico. Giunti in corrispondenza di un grosso masso si prende a sinistra una carraia (percorso CAI n° 837) orribilmente deturpata e anche ampliata – per di permettere l’accesso ai mezzi di esbosco – rispetto la sua originaria larghezza. Si guadagna ripidamente quota lambendo poco più in alto una linea elettrica, ammirando qui una bella visuale del Groppo di Gorro. Effettuato un tornante sinistrorso si continua in ripida salita compiendo altre svolte, raggiungendo più in alto un’altra apertura in corrispondenza dell’elettrodotto della Val Taro. Si continua a guadagnare quota per l’erto tracciato fino a doppiare, mediante ampia curva a sinistra, una panoramica costa. Si prosegue in direzione SE trascurando una traccia inerbita in discesa, costeggiando successivamente delle rocce ofiolitiche. Appena dopo si scorgono alla nostra sinistra dei grossi massi ofiolitici: abbandonando temporaneamente il percorso principale possiamo visitare questa suggestiva area, caratterizzata in particolare da due gendarmi rocciosi separati da una stretta fenditura (per entrare in quest’ultima si aggira a sinistra il primo gendarme e, verso destra, si penetra nella spaccatura che si risale con attenzione, scendendo poi, sempre con le dovute cautele, nella parte opposta). Rientrati nella carraia di prima si trascura subito una traccia che si stacca a sinistra, raggiungendo poco più in alto una presa dell’acquedotto (segnavia). Appena dopo si transita a fianco di un poggetto situato alla nostra destra, trascurando a sinistra una traccia inerbita. Penetrati nel fitto bosco si varca un ruscello avanzando poi in piano/lieve salita. Giunti nei pressi di un rio situato alla nostra destra, si incontra un trivio (anche se apparentemente potrebbe sembrare un bivio) dal quale, trascurata la carraia che svolta a destra, si continua per il tracciato di sinistra che tuttavia si abbandona subito. Infatti, nel momento in cui l’ampia traccia curvando nettamente a destra inizia a salire, proseguiamo diritto/sinistra per poco evidente sentiero – che a sua volta costituisce la continuazione del percorso n° 837 – scorgendo a terra un segnavia su un sasso (segnaletica pessima!). Si avanza quindi per questo tracciato in stato di totale abbandono con diverse sterpaglie e tronchi che ostacolano il cammino, progredendo in questo primo tratto in direzione est. Poco più avanti si transita nei pressi di un vecchio essiccatoio all’interno di uno splendido castagneto, forse tra i più suggestivi di tutto l’Appennino parmense. Qui il percorso, invero molto poco evidente e anche in questo tratto con rami e sterpaglie che l’ostacolano, piega nettamente a destra, determinando in questo modo un brusco cambio di direzione. Il sentiero, che diviene successivamente più marcato ed incavato, prima di effettuare una svolta a sinistra risulta interrotto da un albero di castagno divelto. Dopo la svolta si incontra un bivio dove si prosegue a sinistra trascurando a destra una labile traccia (sbiadito segnavia sul tronchetto di un albero). Poco più avanti si transita a fianco di un magnifico esemplare di castagno purtroppo divelto nella sua parte superiore dal vento o da un fulmine. Appena dopo si effettua una duplice svolta, prima a sinistra poi a destra, incontrando sul tronco di un albero alla nostra destra un altro sbiadito segnavia che ci conferma di essere nel giusto percorso. Si prosegue per il buon sentiero ben incavato ed evidente, sottopassando, poco più avanti, il tronco di un castagno caduto a terra. Proseguendo per il tracciato principale si incontra ed ammira un altro straordinario esemplare di castagno, forse centenario, nel contesto di un ambiente boschivo – come ho già espresso in precedenza – tra i più suggestivi di tutto l’Appennino parmense. Successivamente si deve aggirare a sinistra l’ennesimo albero caduto a terra e, proseguendo per il bel sentiero, si raggiungono i ruderi di un secondo essiccatoio o metato. Continuando per il percorso principale, sempre all’interno di un castagneto tra i più belli, si arriva ad un punto in cui il tracciato si sdoppia. Si sale appena a destra del vecchio sentiero, parecchio infossato e dissestato, per traccia piuttosto labile, ricongiungendosi poco sopra con il percorso principale. Poco più avanti si presenta una situazione similare alla precedente, ma in questo caso si sale alla sinistra di un solco (segnavia). Poi, ricongiuntisi con il tracciato principale, si prosegue per esso svoltando in seguito a destra. Si avanza in piano per ottimo sentiero tagliando i fianchi boscosi del Monte Minara, incontrando anche qui un’interruzione causata da alberi divelti. Sempre con andamento pianeggiante si compie successivamente una svolta a sinistra aggirando un boscosa costa. Più avanti si immette da destra una carraia e, proseguendo per il percorso principale, si riprende a salire. Dopo una netta curva a sinistra si avanza pianeggiando, approdando poco dopo un magnifico ripiano boscoso. Effettuata un’altra curva a sinistra si avanza in direzione del vicino crinale Cogena/Manubiola, immettendosi più avanti in una carraia che si segue a destra, tralasciando subito dopo a destra una traccia. Con andamento in lieve discesa ci si inserisce in uno stradello sterrato che si segue a destra transitando subito a fianco di Casa Grassi, ottimamente ristrutturata e collocata in splendida posizione. Avanzando per comoda carraia delimitata a destra da vecchi muretti a secco e a sinistra da pendii prativi che offrono belle visuali, si raggiungono infine i prati al cui sommo si trova la Chiesa di S.Bernardo, 947 m. Spostandosi a sinistra si raggiunge l’edificio a destra del quale si trova un grosso masso ofiolitico con stele che ricorda l’uccisione, avvenuta il 2 febbraio del 1945, di cinque partigiani ad opera dei nazifascisti. Dopo una sosta al fine di ammirare questo luogo di grande importanza storica e ambientale/naturalistica (il colle in cui ci troviamo è ammantato da splendidi castagni), si continua per il percorso di prima che in breve esce dal bosco. Di fronte a noi è ben visibile il Groppo della Donna, formato da due cime di cui quella più settentrionale precipita in versante Manubiola con spettacolari pareti di ofiolite. Dopo una breve discesa si incontra un bivio (indicazioni) da cui si imbocca a destra una traccia, virando a sinistra all’altro bivio che si incontra subito dopo. Si avanza per ampia mulattiera (percorso CAI n° 837 diretto al Monte Binaghe e al Passo La Calà) che effettua subito una svolta a destra in corrispondenza della quale si trascura a sinistra una carraia erbosa. Si prosegue per il comodo tracciato incontrando poco più avanti una fontana con ampio sentiero che si stacca a sinistra. Oltre la fontana il percorso compie una curva a sinistra (a destra si nota una staccionata) aggirando una dorsale boscosa. Qui giunti si nota su un albero una sbiaditissima freccia rossa: abbandoniamo perciò il percorso segnato e iniziamo la risalita della dorsale in direzione della prima cima del crinale Cogena/Manubiola. Si avanza senza una vera e propria traccia assecondando o rimanendo nei pressi del filo del boscoso crinale. Più avanti si recupera una tracciolina che tuttavia ben presto si spegne, fatto quest’ ultimo che non crea grandi problemi in quanto l’orientamento risulta tutto sommato immediato. Si continua ad assecondare la dorsale spartiacque intercettando anche un sentierino seguendo il quale ci si tiene leggermente a destra del suo filo. Recuperato il crinale si prosegue in bellissimo ambiente caratterizzato da rocce e massi ofiolitici. Dopo una salita si raggiunge il sommo di un panoramico poggetto appena prima del quale si incontra un paletto in legno con sbiadito segno rosso. Dalla cima del suddetto poggio risulta evidentissima la prosecuzione della dorsale e, in particolare, la prima cima, quella più settentrionale, del crinale Cogena/Manubiola, alla cui sommità siamo diretti. Si continua quindi assecondando la dorsale spartiacque, raggiungendo in breve una selletta all’interno del bosco. Trascurata qui una traccia che, staccandosi a sinistra, scende ripida, proseguiamo diritto per sentiero in questo tratto abbastanza evidente, tenendosi a destra del filo del crinale. Avanzando in questa direzione si guadagna il bordo occidentale della dorsale che si segue a sinistra, trascurando un sentiero che a mezza costa aggira la cima a cui siamo diretti. Assecondando il ripido crinale boscoso, perdendo e ritrovando tracce, ci avviciniamo alla suddetta cima, trascurando, poco prima di essa, un altro sentierino che piega a destra. Dopo un’ultima erta e faticosa salita che avviene nei pressi e anche assecondando il bordo del crinale – che precipita in versante Manubiola con ripide pareti (attenzione) – si guadagna l’esclusiva e molto aerea sommità della prima ofiolitica cima della dorsale Cogena/Manubiola. Qui troviamo una specie di lapide con lettere mancanti dove si legge “Ragazzi di Berceto” con i numeri 9 e 1 relativi alla data in cui è stata affissa. Dalla cima si scende tenendosi sulla destra rispetto all’affilata cresta ofiolitica, raggiungendo poco più in basso una spettacolare forcella. Dopo una sosta d’obbligo al fine di ammirare le pareti ofiolitiche del versante Manubiola della cima poc’anzi conquistata, mediante tracciolina si penetra nel bosco procedendo sulla destra del crinale divisorio. Quando il sentiero si perde si continua a salire restando, come prima, un poco a destra del filo della dorsale, recuperando poi un’altra traccia. Mediante quest’ultima si aggirano sulla destra, in versante Cogena, delle rocce ofiolitiche, e quando il percorso si sdoppia ci si tiene a sinistra. Dopo una ripida salita per sentiero ghiaioso/terroso si recupera la dorsale spartiacque in corrispondenza delle rocce finali di un groppo ofiolitico. Si continua lungo il percorso di crinale aggirando a destra altre rocce per traccia appena accennata, avanzando successivamente in ripida salita e notando un altro sentiero alla nostra destra. Rimesso piede sul filo della dorsale, in corrispondenza di una selletta alla base di spettacolari spuntoni ofiolitici, si continua per sentiero esiguo che avanza tenendosi a destra del crinale. Progressivamente si ritorna verso quest’ultimo, procedendo in seguito appena a destra del suo filo. In questo tratto, ormai a poca distanza dalla cima del Groppo della Donna, la montagna si presenta boscosa nel versante Cogena, mentre in quello Manubiola precipita con ripidi e franosi dirupi. Avanzando più o meno senza traccia, tenendosi sempre all’interno del bosco appena a destra del filo del crinale, si esce dalla vegetazione in corrispondenza del dorso di una costa. Da qui, voltando a sinistra, si raggiunge in breve la cima del Groppo della Donna, 1139 m, da cui si ammirano ampie visuali sulla sottostante Val Manubiola e sui monti della Val Baganza. Dopo una meritata sosta si prosegue per un breve tratto lungo lo spettacolare filo del crinale divisorio, abbandolandolo nel momento in cui da destra, in versante Cogena, si salda una dorsale secondaria. Si scende per quest’ultima (qualche ometto) costeggiando il limite del bosco alla nostra destra, mentre a sinistra degradano interessanti dirupi. Messo piede nel percorso n° 837 lo si segue a destra perdendo quota avendo ancora come direttrice la dorsale di prima. Penetrati nel bosco si scende compiendo qualche svolta, virando poi nettamente a destra. Si prosegue successivamente per crinale boscoso sbucando poco dopo in una spettacolare dorsale ofiolitica. Si percorre quest’ultima assecondando gli sbiaditi segnavia, superando qualche roccetta e ammirando un ambiente che ha pochi eguali in tutto l’Appennino parmense. Giunti a poca distanza dalla cima della conformazione ofiolitica conosciuta come Groppo (o Groppi) Neri, confusa da qualcuno con il Groppo della Donna, la si può raggiungere con breve deviazione. A tal fine ci si sposta a destra e si aggirano a sinistra le rocce terminali (è anche possibile superare direttamente queste ultime con un interessante passaggio all’interno di una spaccatura tra gli spuntoni sommitali). Dalla cima, 1031 m, si ammira un vasto e completo panorama. Recuperato il sentiero di prima si scende effettuando alcuni tornanti per pendio roccioso/ghiaioso, attraversando anche una recinzione a filo spinato. Appena dopo si mette piede in una magnifica e ampia sella delimitata a nord dal Colle Museriri. La si percorre per un tratto, ma in corrispondenza di un masso ofiolitico il percorso segnato piega a destra, perciò si deve oltrepassare – o meglio sottopassare – per una seconda volta la recinzione di prima. Il sentiero scende poi tagliando aspri pendii nella sponda destra orografica di una selvaggia valletta il cui fondo fra poco raggiungeremo. Entrati in un boschetto si prosegue per sentiero infossato e, usciti nuovamente all’aperto, si procede alla base dei dirupi e rocce ofiolitiche del versante NW del Groppo Neri. Dopo una netta curva a sinistra si perde quota ripidamente compiendo altre svolte, raggiungendo in questo modo il fondo della menzionata valletta. Dopo aver varcato un rio si svolta subito a sinistra costeggiandolo per un breve tratto, iniziando poi una risalita. Si guadagna quota in moderata pendenza per sentiero sassoso, avanzando successivamente in piano. Dopo aver attraversato un solco, si riprende a salire parzialmente fuori dal bosco e, mediante svolta a destra, si aggira una costa. Si prosegue all’interno di un magnifico ambiente boschivo procedendo a mezza costa, fino a doppiare, mediante netta curva a destra, un profilo boscoso che costituisce il bordo occidentale della dorsale del Groppo della Donna. Poco più avanti, dopo aver attraversato un bel ripiano boscoso, si ritorna al punto in cui abbiamo abbandonato il percorso n° 837 per risalire il crinale Cogena/Manubiola alla volta del Groppo della Donna. Si ritorna quindi a S. Bernardo e, mediante lo stesso tragitto seguito all’andata, si fa ritorno a Lozzola. Nella discesa occorre prestare attenzione, appena dopo l’ultimo essiccatoio (il primo incontrato in salita), a non assecondare un sentiero che si sposta a destra, che porterebbe fuori strada, ma si deve proseguire diritto cercando di intuire il tracciato che risulta molto poco visibile a causa di sterpaglie e tronchi che lo sbarrano (memorizzare i punti di riferimento durante la salita). Per finire consiglio vivamente una digressione. Una volta rimesso piede nella stradina asfaltata, al primo bivio che si incontra prendendo il tracciato di destra si raggiunge in circa dieci minuti di cammino, andando a destra ad un bivio, una cappella. Ci troviamo nei pressi della frazione di Castello e, dal punto in cui siamo, si diparte una cresta ofiolitica culminante in un curioso spuntone, ben visibile da Lozzola, con croce sommitale. Seguendo una labile traccia si inizia la risalita della dorsale caratterizzata da massi ofiolitici, avanzando poi più comodamente per ampio e panoramico crinale. Dopo una discesa e successiva risalita si raggiunge la base del blocco terminale che si inizia a scalare per facili rocce, nei primi metri piuttosto ripide ma ben gradinate. Dopo aver superato una placchetta (forse un ) si guadagna la vertiginosa ma magnifica sommità dell’ofiolite dove, appunto, si trova una croce. Dopo essere tornati alla cappella di prima consiglio una visita alla menzionata frazione di Castello, seguendo uno stradello che l’attraversa intermente e riconduce verso sinistra nella stradina asfaltata percorsa in precedenza. Ritornati al bivio di prima si ritorna alla chiesa di Lozzola per la stessa strada seguita in salita.

Monte Pelpi: anello da Montevaccà

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Punto di partenza/arrivo: Passo di Montevaccà 805 m

Dislivello: 950 m ca.

Durata complessiva: 5,15 h

Tempi parziali: Montevaccà-Monte Pelpi (2 h) ; Monte Pelpi-Masanti di Sopra (1,30 h) ; Masanti di Sopra-Nociveglia (1 h) ; Nociveglia-Montevaccà (45 min)

Difficoltà: E/E+

Attrezzatura: ordinaria da escursionismo (utili, in un tratto, i bastoncini da trekking)

Ultima verifica: maggio 2019

Riferimento bibliografico: Andrea Greci – GUIDA AI SENTIERI DELL’APPENNINO PARMENSE, Val Taro e Val Ceno – Gazzetta di Parma 2011

Accesso stradale: Parma-Fornovo-Borgo Val di Taro-Bedonia. Da quest’ultima località si imbocca la S.P. 359/R (indicazione per Bardi) e la si segue posteggiando l’auto nel parcheggio di Montevaccà, località distante 5 km da Bedonia

map (1)www.openstreetmap.org

 

Descrizione dell’itinerario

Splendida escursione che si svolge a cavallo tra il versante Taro e Ceno del Monte Pelpi. La segnaletica è vetusta e sistemata in modo grossolano. In particolare è necessario, sia durante la salita quanto nel percorso di ritorno, prestare attenzione ad alcuni bivi non segnati che possono trarre in errore.

Da Montevaccà, avendo come riferimento la Trattoria Oppici, si segue a destra la Provinciale verso Bedonia per poche decine di metri, imboccando poi a sinistra (frecce segnaletiche dei percorsi CAI n° 829 e n° 825A) una carraia. Lasciatosi il paese alle spalle, si contorna inizialmente un bel campo, fino ad incontrare un evidente bivio da cui si prende a destra un’ampia traccia che effettua subito una svolta a destra. Si avanza in lieve salita giungendo in seguito nei pressi di una presa dell’acquedotto situata alla nostra destra. Poi il tracciato si restringe a sentiero, allargandosi nuovamente poco dopo, iniziando successivamente a guadagnare quota con maggiore decisione. Dopo una ripida salita all’interno di un’area di rado bosco, giunti in prossimità di un ruscello, ci si immette in una traccia trasversale (CAI n° 825A), che si segue a destra. Si procede per bella mulattiera, inizialmente in lieve salita poi in leggera discesa, effettuando una curva a sinistra. Appena dopo una carraia che si immette nel nostro percorso da destra, si confluisce in un’ampia carrareccia, proveniente da Case Lavaio, che si segue a sinistra in salita (percorso CAI n°829). Si compie quasi subito un ampio tornante destrorso, procedendo poi comodamente in ambiente boschivo solitario, giungendo più avanti nei pressi di un’area disboscata. Si avanza contornando il suo margine inferiore, trascurando subito una traccia che si stacca a destra, proseguendo per il percorso principale che in ripida salita effettua un ampio tornante sinistrorso. Si continua per il bel tracciato senza possibilità di errore, tralasciando in seguito a destra una carraia che conduce in una radura, mentre alla nostra sinistra si nota appena dopo il bivio una fonte/abbeveratoio. Subito oltre quest’ultima si effettua un tornate sinistrorso, avanzando poi in sostenuta salita e, con progressivo spostamento a destra, si esce temporaneamente dal bosco in corrispondenza del margine sinistro della radura di Pian de l’Era. Si procede avendo quest’ultima a destra e un rimboschimento a conifere a sinistra, fino ad incontrare un bivio da cui si prende il percorso di destra (segnaletica assente). Si guadagna quota per bella mulattiera effettuando alcuni tornanti, raggiungendo in seguito una radura arbustiva dove il percorso diventa molto incerto (segnaletica assente). Al bivio che si presenta si va a sinistra, attraversando in questo modo la radura tenendosi nei pressi del suo margine sinistro, fino ad arrivare alla base di un ripidissimo pendio inizialmente prativo con arbusti, poi boscoso. Lo si risale direttamente e scomodamente per traccia incanalata, particolarmente ripida nella parte superiore appena prima di rientrare nel bosco (attenzione in caso di terreno bagnato; utili, come specificato nella scheda iniziale, i bastoncini da trekking). Poi ci si inserisce in un altro sentiero, proveniente da destra, che si segue a sinistra, affrontando appena dopo un’altra ripidissima e sostenuta salita che potrebbe risultare alquanto scivolosa in caso di terreno bagnato. Poco più in alto si esce dal bosco, avanzando lungo il margine superiore di una bella radura. Dopo una macchia boscosa si sbuca in un’altra radura, dove il percorso piega repentinamente a sinistra e sale piuttosto ripidamente. Inizia successivamente un obliquo ascendente per bellissime radure punteggiate da macchie di faggi. Per traccia sempre evidente ma priva di segnavia (ad un certo punto si attraversa una carraia trasversale) si guadagna costantemente quota, tenendosi nel versante Taro della dorsale W del Monte Pelpi, conosciuta come Costa Agucchia. Approdati sul crinale di quest’ultima, si scende per un breve tratto, notando a sinistra, in versante Ceno, un’ampia area disboscata e un sentiero, privo di segnaletica, che seguiremo al ritorno. Noi proseguiamo alla volta dell’evidente cima del Pelpi, assecondando la stupenda dorsale erbosa che, oltre a regalare visuali impareggiabili, offre nella stagione tardo primaverile splendide fioriture, in particolare di orchidee selvatiche. Avanzando a saliscendi si guadagna, non senza fatica, la quota più elevata del Monte Pelpi1495 m, deturpata da antenne e, spostandosi a destra, si raggiunge la vistosa croce di 27 m, situata su una quota leggermente più bassa rispetto a quella principale. Dopo una meritata sosta al fine di ammirare il grandioso panorama che ci circonda, ritorniamo al bivio incontrato sulla Costa Agucchia, proprio in corrispondenza della menzionata area disboscata. Si prende a destra un sentiero che procede a mezza costa, trascurando a destra tracce di esbosco, fino a virare a destra dirigendosi e raggiungendo il dorso di una costa. Giunti ad un bivio, si ignora a sinistra una carraia in discesa e si prosegue diritto (segnavia sbiadito del percorso CAI n° 825) per sentiero che poco dopo si inoltra nel bosco. Si perde quota, a volte piuttosto ripidamente, per traccia quasi sempre ben incavata, facendo attenzione, ad un bivio poco evidente, a prendere il sentiero di destra (segnavia sbiadito). Più in basso ci si immette in una mulattiera che si segue a sinistra (segnavia), uscendo successivamente dal bosco nell’ambito di radure arbustive. Il percorso poco più avanti vira nettamente a destra e prosegue in direzione E/NE, attraversando le radure con arbusti della località Pian da Jassa. Rientrati nella vegetazione, si piega a sinistra innestandosi prima in una traccia più ampia, confluendo poi, dopo una discesa, in una carrareccia (segnavia e frecce segnaletiche in corrispondenza dell’innesto). Si segue quest’ultima a sinistra in leggera discesa effettuando alcuni tornanti, transitando più in basso a fianco di una presa dell’acquedotto. Si continua a perdere lentamente quota per l’ampio tracciato compiendo altri tornanti, giungendo in seguito nei pressi di una recinzione con ampio spiazzo adiacente. Si prosegue sempre per la comoda carrareccia effettuando ulteriori tornanti (in corrispondenza di un tornante destrorso si ignora a sinistra una carraia), incontrando e sottopassando più volte una linea elettrica. Più in basso si transita a fianco di spettacolari lastre rocciose, raggiungendo poco più avanti una sbarra, congiungendosi appena dopo con un’altra carrareccia, ormai alle porte del borgo di Masanti di Sopra783 m. Entrati nel centro di quest’ultimo, si prosegue a sinistra per stradello che conduce fuori dal paese, attraversando successivamente la piccola frazione di Fereto. Si penetra poi nel bosco seguendo un’ampia mulattiera, ignorando, ad primo un bivio, una carraia che si stacca a sinistra e, appena dopo, un sentiero che si stacca nella stessa direzione, contrassegnato da bolli rossi. Si continua in leggera discesa, oltrepassando poco dopo un ruscello, incontrando successivamente un bivio dal quale, immettendosi in un’ampia traccia, la si segue a sinistra in salita (segnavia). Si guadagna quota in leggera/moderata pendenza, attraversando un ruscello ed ignorando tracce laterali secondarie, tenendo sempre il percorso più battuto (segnavia latitanti). Più avanti si raggiunge un bivio con carraia a sinistra chiusa da una catena, da cui si prosegue diritto per la storica mulattiera: si tratta infatti, con grande probabilità, di un vecchio tracciato utilizzato dai valligiani come arteria di collegamento tra le varie frazioni della Val Ceno – tra cui l’appena visitato Masanti – con Nociveglia e il valico di Montevaccà. Al successivo bivio si trascura a sinistra un’altra traccia e si continua a destra per il percorso principale che, avanzando in lieve discesa, si restringe per un tratto a sentiero, per poi allargarsi successivamente. Si riprende quindi a salire, incontrando (finalmente!), sul tronco di un albero alla nostra destra, uno sbiadito segnavia che ci conferma di essere nel giusto percorso (CAI n° 825A). Poco più in alto si attraversa un un primo ruscello, cui fa seguito poco dopo un secondo, continuando poi a procedere in salita ed effettuando in seguito una svolta a sinistra. Si prosegue per il percorso principale, avanzando in lieve discesa tra radure arbustive e in seguito tra folta vegetazione all’interno di un rado bosco. Subito dopo un segnavia alla nostra sinistra, ci si immette in una carraia che si segue a destra solo per poco. Infatti, appena prima di una sua netta svolta a destra, la si abbandona per sentiero a sinistra (segnavia disposto più avanti sul tronco di un albero divelto). Si avanza per il sentiero attraversando un ruscello, oltre il quale il tracciato si amplia e conduce a varcare un secondo corso d’acqua. Poi si procede in lieve salita lungo la vecchia e suggestiva mulattiera (su un sasso con muschio in basso a sinistra si nota uno sbiadito segnavia con la numerazione del percorso) e, dopo un tratto in moderata pendenza, si effettua una curva a sinistra, immettendosi successivamente in un’ampia traccia che si segue a destra in discesa. Dopo l’attraversamento di un ruscello asciutto, si avanza in salita costeggiando un recinzione con filo spinato, notando poco dopo, sul tronco di un albero alla nostra destra, un altro segnavia. Si continua per la magnifica mulattiera con andamento pianeggiante, incontrando altri due segnavia, disposti l’uno dopo l’altro, trascurando, appena dopo il secondo segnavia, una traccia che si immette da destra. Più avanti il tracciato si restringe a sentiero invaso dalla vegetazione, allargandosi successivamente ad ampia mulattiera e procedendo in salita all’intero di un’area di bosco rado. Con andamento in piano/leggera discesa si arriva ad un ruscello asciutto che si varca, riprendendo appena dopo a salire, anche in moderata pendenza, fino ad immettersi in una carraia che si segue a destra. Giunti nel margine superiore di un campo (bel colpo d’occhio sul Monte Penna) ed in vista del campanile della chiesa di Nociveglia, si trascura a sinistra un’ampia traccia in salita e si prosegue per il percorso principale che procede in discesa. Dopo un tratto in salita si entra nel paese di Nociveglia874 m, dirigendosi, al bivio iniziale, a sinistra verso la chiesa, andando poi a destra al successivo bivio situato in prossimità della facciata dell’edificio. Si attraversa tutto il suggestivo borgo, continuando poi per carraia che effettua una curva a sinistra. Appena dopo quest’ultima, ad un bivio, si prende la traccia di destra (segnavia), guadagnando quota per carraia inerbita. Si penetra successivamente nel bosco, procedendo sempre in salita e forse transitando nei pressi del luogo dove anticamente sorgeva un castello. Dopo un tratto in lieve discesa a fianco di radure, si oltrepassa un ruscello, rientrando poi nel bosco. Si procede per il bel tracciato in lieve salita, ammirando vecchi muretti a secco che ci fanno intuire la sua storicità e importanza, fino a valicare una costa, oltre la quale si avanza in discesa. Dopo un tratto in cui il percorso potrebbe risultare alquanto fangoso, poiché asseconda un corso d’acqua, si ritorna al bivio incontrato all’inizio dell’escursione con la traccia contrassegnata n° 829. Seguendo quest’ultima si fa ritorno a Montevaccà, concludendo così questa spettacolare e completa escursione.

 

Il Monte Molinatico dal Passo della Cisa

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Punto di partenza/arrivo: Passo della Cisa 1042 m

Dislivello: 770 m ca.

Durata complessiva: 5,20 h

Tempi parziali: Passo della Cisa-Lago Martino (2,10 h) ; Lago Martino-Monte Molinatico (1 h) ; Monte Molinatico-Monte Pelata-Monte Grotta Mora-Passo della Cisa (2,10 h)

Difficoltà: E/E+

Attrezzatura: ordinaria da escursionismo

Ultima verifica: aprile 2019

Accesso stradale: Parma-Fornovo-Berceto-Passo della Cisa

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Descrizione dell’itinerario

Escursione molto bella su sentieri – eccetto per un breve tratto – ben segnati ed evidenti. Nella prima parte, con lungo percorso perlopiù pianeggiante, si procede all’interno di splendide faggete in ambiente molto suggestivo e solitario. Raggiunto il pittoresco Lago Martino ed inseritosi più avanti nel sentiero proveniente dallo Chalet del Molinatico, lo si segue raggiungendo la dorsale spartiacque e quindi la sommità del menzionato monte. La discesa avviene lungo il crinale orientale della montagna, di grande interesse panoramico e naturalistico, la cui percorrenza implica lo scavalcamento di due interessanti cime.

Dal Santuario della Madonna della Grazia si oltrepassa la Porta Toscana della Via Francigena e si prosegue lungo il tracciato di quest’ultima che inizialmente coincide con il percorso di crinale (00). Dopo 15 minuti di comodo cammino si raggiunge un bivio dal quale la Via Francigena vira a sinistra abbandonando in questo modo la dorsale spartiacque. Noi proseguiamo alla volta del Monte Molinatico avanzando per bella mulattiera, andando a sinistra al primo bivio che si incontra. Dopo l’attraversamento di un ruscello e una svolta a destra, si procede all’interno di un’area di bosco rado e, al bivio che si presenta, si prosegue a destra. Al bivio successivo si continua a sinistra (segnavia), effettuando poi un tornante destrorso e transitando in un’area caratterizzata da grossi massi. Dopo una ripida salita si giunge in una zona soggetta ad operazioni di esbosco, dove, ad un bivio, si prosegue diritto per mulattiera che permette di tagliare un tornante della carraia in cui ci troviamo. Rimesso piede su di essa (si ignora a destra un’altra carraia) la si segue fino a raggiungere un rifugio della Guardia Forestale a quota 1210 m. Si prosegue per sentiero che procede in lieve e moderata pendenza verso NW, varcando in seguito un ruscello. Appena oltre quest’ultimo si attraversa un altro rio asciutto e, appena dopo essere transitati a fianco di un caratteristico masso, si raggiunge un bivio importante (indicazioni). Da qui abbandoniamo il percorso di crinale (da cui torneremo) prendendo a destra una diramazione del sentiero precedente che conduce al Termine del Gatto e al vicino valico sulla dorsale Manubiola/Cogena. Si avanza in piano/leggera discesa in ambiente boschivo di rara bellezza, caratterizzato da pietraie e stupendi esemplari di faggio. Dopo alcuni minuti di cammino si approda al menzionato valico di crinale da cui, andando a sinistra (indicazioni), si raggiunge lo storico Termine del Gatto, antico cippo confinario che dovrebbe risalire alla metà del XVI secolo. Dopo questa breve digressione, ritornati alla sella di prima, si imbocca a sinistra il percorso n° 837A in direzione del Rio delle Arole, sconfinando in questo modo in versante Cogena/Taro. Si segue lungamente questo sentiero (appena dopo il bivio si ignora a destra un percorso segnato con frecce gialle) con andamento in piano/leggera discesa in magnifico e solitario ambiente boschivo, caratterizzato da notevoli esemplari di faggio, ruscelli e massi. Dopo aver attraversato un suggestivo rio la traccia si amplia e conduce sotto ad un’area con massi (fontana), procedendo poi con andamento pianeggiante e in lieve discesa. Più avanti si attraversa una valletta sconvolta da frane e, proseguendo per il percorso principale, si raggiunge un bivio dove si ignora a sinistra un sentiero non segnato per il crinale del Molinatico. Al bivio che si incontra successivamente si prosegue diritto, giungendo più avanti in corrispondenza di un’area disboscata. Tenendo d’occhio i segnavia si attraversa subito un ruscello, virando poi a destra oltrepassando un altro piccolo corso d’acqua. Rientrati nella faggeta si valica una costa boscosa oltre la quale si scende all’interno di una valletta. Dopo una breve salita si piega a sinistra e si prosegue per traccia non molto evidente assecondando i numerosi segnavia sugli alberi. Si guada successivamente il Rio delle Arole, inserendosi appena dopo in un’ampia traccia (n° 839A) che si segue a sinistra in direzione del Lago Martino. Si avanza in costante salita ignorando a destra un sentiero per lo Chalet, oltrepassando poco più avanti un paio di ruscelli. Appena dopo il secondo si abbandona la carraia su cui stiamo camminando per proseguire a destra per ampia traccia (segnavia). Si guadagna quota in moderata pendenza innestandosi poco più più avanti in un’altra traccia che si segue a destra (indicazioni). Quando il percorso pianeggia, si prende a destra (frecce segnaletiche) un sentiero che appena dopo conduce in un piccolo ripiano boscoso che si attraversa. Si sale ancora per poco fino a sbucare in corrispondenza della sponda settentrionale del suggestivo Lago Martino, 1367 m. Da qui si prosegue lungamente per comoda mulattiera (n° 839) che avanza perlopiù in piano con qualche breve tratto in discesa. Giunti in corrispondenza di una radura, il percorso effettua una netta svolta a sinistra (a destra si nota un tavolo con panche). Appena dopo la curva si abbandona l’ampia traccia (che scende verso lo Chalet) e si prende a sinistra un sentiero contrassegnato da sbiaditi segnavia bianco-rossi, assente nelle mappe (almeno in quella utilizzata dal sottoscritto). Con lineare andamento in piano a mezza costa si tagliano ripidi pendii boschivi per traccia che più avanti si restringe notevolmente. Si avanza in costante direzione SW transitando sotto grossi massi e incontrando piazzole di carbonaie. Raggiunto un incrocio si continua diritto fino ad incontrare un’insegna in legno con scritto Prato del Cucù di Sopra. Appena dopo ci si innesta nel percorso proveniente dallo Chalet (n° 839B) che si segue a sinistra verso la dorsale del Molinatico. Si guadagna quota per ripida mulattiera raggiungendo, dopo una svolta a sinistra, una zona di bosco meno ripida dove il percorso si fa incerto. Si prosegue diritto (delle due tracce tenere quella di sinistra) per poi svoltare nettamente a destra ed effettuare un ripido obliquo ascendente. Si vira poi a sinistra e, dopo un’ultima salita, si mette piede nell’erboso crinale divisorio dove ci si innesta nel percorso n°00. Lo si segue a sinistra penetrando, dopo la prima radura, in una macchia di faggi dai particolari rami contorti. Si continua lungo l’ampia dorsale costeggiando altre macchie di bosco e, dopo un’ultima salita, si guadagna la sommità del Monte Molinatico1549 m, purtroppo alquanto deturpata da numerose antenne e ripetitori. Dopo una meritata sosta si prosegue lungo il percorso di crinale (n° 00) in direzione del Passo della Cisa, ammirando notevoli visuali panoramiche. Più in basso ci si inserisce in una carraia, proveniente dalla cima, che si abbandona subito in corrispondenza di un suo tornante destrorso. Si continua a perdere quota lungo il magnifico sentiero 00 seguendo fedelmente il crinale divisorio in ambiente davvero suggestivo. Dopo una discesa un po’ più ripida all’interno di una fascia boscosa, radure e altre macchie di bosco, si incontra un bel cippo confinario del 1828. Appena oltre quest’ultimo si presenta un bivio da cui si continua diritto ignorando a sinistra una traccia che conduce al Lago Martino. Dopo una piccola radura si prosegue per il crinale boscoso con andamento perlopiù pianeggiante, ammirando notevoli esemplari di faggio. Giunti in una selletta con cippo confinario si ignora a sinistra una traccia e si prosegue lungo la dorsale ora in salita. Poco più in alto si oltrepassa la Rocca o Bocca di Malzapello, continuando poi per il percorso principale che nel successivo tratto offre bellissime visuali panoramiche in un ambiente suggestivo e intatto. Si inizia quindi la risalita della dorsale occidentale del Monte Pelata, affrontando subito un ripido strappo. Dopo un tratto meno erto si riprende a salire ripidamente sempre per crinale al sommo di pendii erbosi e nei pressi del limite superiore della faggeta. Guadagnata la panoramica sommità, 1428 m, si scende per ampio crinale boscoso fino a raggiungere una selletta con cippo confinario. Da qui si ricomincia a salire, all’inizio piuttosto ripidamente, per poi procede in piano all’interno di una splendida faggeta. Poco dopo si incomincia la salita finale alla volta della sommità del Monte Grotta Mora, che poi il sentiero segnato evita a destra. Noi invece, raggiunto un cippo confinario, proseguiamo ripidamente lungo il filo della dorsale boscosa, fino a guadagnare la bellissima cima, 1419 m, che a sua volta costituisce il culmine di una dorsale che degrada in versante Cogena/Taro. Dalla sommità si scende verso est, passando inizialmente a fianco di un magnifico esemplare di faggio, per poi virare a destra fino a ricongiungersi con il percorso segnato. Si prosegue per il crinale boscoso affrontando un’altra lieve contropendenza, raggiungendo in seguito una sella (indicazioni) da cui si stacca a destra una traccia che si ignora. Si prosegue lungo la dorsale boscosa, o mantenendosi nei suoi pressi, fino a mettere piede in un’altra selletta, da cui il percorso segnato vira a sinistra cambiando repentinamente direzione. Dopo una prima breve discesa si prosegue pianeggiando e in lieve salita passando a fianco di un rimboschimento a conifere. Si continua perlopiù in salita, anche se leggera, attraversando alcuni ruscelli, raggiungendo, dopo aver varcato un rio asciutto, il bivio incontrato all’andata con il sentiero che conduce al Termine del Gatto. Seguendo a ritroso il percorso fatto in salita si rientra al Passo della Cisa.

 

 

Il Monte Molinatico dal Passo del Bratello

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Punto di partenza/arrivo: Passo del Bratello 950 m

Dislivello: 650 m ca.

Durata complessiva: 5 h

Tempi parziali: Passo del Bratello-Monte Borraccia-Monte Molinatico (2,00/2,15 h) ; Monte Molinatico-Lago Martino (40 min.) ; Lago Martino-Monte Borraccia-Passo del Bratello (1,45/2 h)

Difficoltà: E

Attrezzatura: ordinaria da escursionismo (consigliabili i bastoncini da trekking)

Ultima verifica: marzo 2017

Accesso stradale: Parma-Fornovo-Borgo Val di Taro-Passo del Bratello

mapwww.openstreetmap.org

 

Descrizione dell’itinerario

Piacevole itinerario alla scoperta di un’importante montagna dell’Appennino parmense/lunense, mai particolarmente valorizzata a livello escursionistico. Purtroppo la sommità del Monte Molinatico è deturpata da antenne, fatto che disturba non poco il senso di “esclusività” della cima conquistata. Ciononostante, gli ampi panorami che è possibile ammirare percorrendo la dorsale del monte da ovest a est, nonché le splendide faggete che ammantano il versante settentrionale della montagna, conferiscono al percorso proposto un fascino del tutto particolare.

Dal Passo del Bratello si imbocca verso nord (cartelli) una stradina inizialmente sterrata e successivamente, per un breve ma ripido tratto, asfaltata. Il tracciato poco dopo ritorna ad essere carraia che procede con minore pendenza effettuando alcune svolte e tornanti. Nella parte superiore si deve attraversare un’ampia area disboscata avanzando in direzione del vicino crinale, svoltando poco prima di esso a destra. Messo piede sulla panoramica dorsale spartiacque, si raggiunge un bivio dove si ignora a sinistra una carraia proveniente dal caratteristico nucleo di Vighini, proseguendo per il percorso di crinale contrassegnato n° 00. Un saliscendi precede una più sostenuta salita (ad un bivio possiamo prendere sia la traccia di destra quanto quella di sinistra) in direzione del Monte Borraccia1250 m, la cui sommità vera e propria si lascia a sinistra. Poco dopo si incontra un bivio dove si ignora una traccia a sinistra (si tratta del sentiero n° 839B che percorreremo al ritorno) e si continua diritto, giungendo dopo alcuni minuti nei pressi di una bella conca dominata dal profilo boscoso della dorsale ovest del Molinatico. Da questo punto, a causa di una segnaletica approssimativa, la prosecuzione del sentiero 00 non è immediata. Al bivio che si incontra ci si dirige a sinistra verso un casotto oltre il quale si perde quota per il sottostante pendio erboso assecondando una labile traccia. Poco più in basso si devia a destra per sentierino, all’inizio poco evidente poi più marcato, che conduce all’interno della bella valletta boscosa formata dal Canale della Macchia Grande (segnavia bianco-rosso sul tronco di un albero nei pressi del menzionato canale). Si guada il corso d’acqua e si inizia a risalire la soprastante sponda boscosa per traccia ripidissima (utili i bastoncini da trekking) e per di più poco incavata nel terreno (tenere d’occhio i ben posizionati segnavia del CAI). Dopo diversi minuti di faticosa salita si guadagna la dorsale boscosa piegando poi a destra lungo quest’ultima. Prestando attenzione ai segni bianco-rossi sugli alberi, si avanza per il crinale boscoso attraversando in seguito una radura, ignorando qui una traccia che si sposta a destra. Si continua per la dorsale boscosa attraversando in seguito un’altra radura arbustiva, raggiungendo, dopo un ripido strappo, ad un bivio (paletto con cartelli). Trascurato a sinistra il sentiero n° 839B proveniente dallo Chalet del Molinatico si prosegue per l’ampio crinale divisorio, alternando macchie di bosco a panoramici pendii. Un ultimo strappo per panoramica dorsale erbosa precede la sommità del Monte Molinatico1550 m, “colonizzata” da antenne che francamente non stimolano l’escursionista al fine di una meritata sosta ristoratrice. Dalla cima si continua lungo il sentiero 00 che discende il crinale orientale del monte: stiamo percorrendo la sezione forse più interessante, dal punto di vista panoramico, dell’itinerario proposto (notevoli le visuali sul Monte Orsaro e le Alpi Apuane). Più in basso ci si immette in una carrareccia che si segue solo per pochi metri, abbandonandola quando essa effettua una netta svolta a destra. Si continua lungo il sentiero 00 incontrando più in basso un cippo confinario e, appena dopo, un bivio (cartelli). Qui giunti, si abbandona la dorsale spartiacque imboccando a sinistra una mulattiera (percorso CAI n° 839) che procede a mezza costa all’interno di un magnifico ambiente boschivo. In seguito ci si immette in un’ampia traccia, proveniente da destra, seguendola solo per pochi metri, abbandonandola per sentiero a destra (segnavia sempre presenti e ben posizionati). Si giunge poi in un ripiano boscoso confluendo poco dopo in un’altra carraia che si asseconda a destra in discesa per un brevissimo tratto. Al bivio sottostante (cartelli) occorre infatti prendere l’ampia traccia di sinistra in direzione del Lago Martino. Appena dopo i segnavia conducono a deviare a sinistra, abbandonando in questo modo la carraia su cui stiamo camminando, conducendo, dopo breve risalita, al suggestivo specchio d’acqua di origine artificiale. Dopo un’eventuale sosta, si continua lungamente per l’ampia mulattiera che procede in piano con qualche tratto in discesa, fino a giungere nei pressi di una radura  dove il tracciato svolta nettamente a sinistra (tavolo con panche collocato alla nostra destra). Proprio in corrispondenza della curva si imbocca a sinistra un sentiero (segnavia) che, procedendo a mezza costa in direzione sud/ovest per ripidi fianchi boscosi, confluisce infine nella traccia (CAI n° 839B) proveniente dallo Chalet. La si segue a destra in discesa, raggiungendo in questo modo una bella radura conosciuta come Prato del Cucù di Sotto1259 m. Dal bivio con cartelli si prosegue diritto/sinistra lungo una carraia (CAI 839B) tramite la quale si attraversa in discesa un’ampia area orribilmente disboscata. Ignorando tracce di esbosco che si staccano a sinistra, si giunge ad un bivio dove occorre prendere la traccia di sinistra (segnavia) che, dopo una breve risalita, conduce ad una bella e panoramica radura. Successivamente si penetra nella valletta formata dal Canale della Macchia Grande, già guadato in precedenza, che si varca per una seconda volta. Dopo il guado si continua per la mulattiera solo per poco: infatti, appena prima di un’area disboscata collocata alla nostra destra, si imbocca a sinistra un sentiero che costituisce la continuazione del percorso contrassegnato CAI n° 839B (bivio poco visibile in quanto i cartelli di legno sono stati vergognosamente distrutti). La traccia procede in costante ma non ripida salita, compiendo inizialmente una curva verso sinistra. Dopo aver effettuato una netta svolta a destra si esce dal bosco e si affronta un breve ma ripido strappo per poi procedere con minore pendenza e fatica. In breve ci si ricongiunge con la carraia di crinale, percorsa all’andata (non lontani dalla sommità del Monte Borraccia), rientrando tramite essa al Passo del Bratello.

 

 

La Strada “Maria Longa” da Ramiola a Pietra Corva

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Punto di partenza/arrivo: Ramiola 153 m

Dislivello: 450 m ca (comprensivo di saliscendi) 

Durata complessiva: 3,30/3,45 h

Tempi parziali: Ramiola-Castello di Roccalanzona (1 h) ; Castello di Roccalanzona-Pietracorva (45 min/1 h) ; Pietracorva-Oratorio-Pagano-Ramiola (1,30 h)

Difficoltà: E (E+ la salita al Castello di Roccalanzona)

Attrezzatura: ordinaria da escursionismo

Ultima verifica: marzo 2016

Accesso stradale: Parma-Fornovo-Ramiola

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map (2)www.openstreetmap.org

 

Descrizione dell’itinerario

Magnifico percorso di crinale lungo una direttrice (la Via Maria Longa) che ha origini remote. I punti di maggiore interesse sono Il Castello di Roccalanzona, situato sopra un poggio di roccia ofiolitica e Pietracorva, sperone ofiolitico che precipita verso la valle del Dordone con una verticale parete.

Da Ramiola si imbocca Via Maria Lunga e si sale per ripida stradina asfaltata fino a quando sulla destra si stracca una carraia che seguiamo (cartelli). Il tracciato procede in costante e moderata salita assecondando un crinale collinare. Man mano che si guadagna quota le visuali sulla sottostante Val Taro e il circondario di montagne sono sempre più vaste. Raggiunta la sommità del M. Bussareto  381 m, l’ampia traccia continua attraversando bellissimi prati per poi entrare nel bosco. Dopo un paio di tornanti si incontrano un paio di bivi dove si ignorano tracce a sinistra, la seconda delle quali conduce al nucleo di Pagano. Si continua seguendo il percorso di crinale, avvicinandosi progressivamente al poggio su cui sorgono i resti del Castello di Roccalanzona. Giunti alla base, si ignora temporaneamente a sinistra la continuazione della Via Maria Longa e a destra una carraia che conduce all’Oratorio di Roccalanzona. Imbocchiamo al centro un’ampia traccia che dopo una svolta a destra diviene più esile e procede in ripidissima salita in direzione delle rovine del castello. Dopo il primo ripido strappo, la pendenza si addolcisce per poi impennarsi nuovamente ormai in prossimità delle prime mura. Le contorniamo a sinistra penetrando all’interno delle rovine. Con attenzione ci dirigiamo verso la base della torre, passando a fianco di un caratteristico arco. Il maniero è citato per la prima volta in un documento del 1028 e, secoli dopo, divenne proprietà dei Rossi. In origine era provvisto di una chiesa, esistente ancora nel 1739, poi demolita. Il materiale di recupero fu utilizzato per costruire l’oratorio che è disposto verso la valle del Dordone. Ritorniamo al trivio di prima e proseguiamo per la carraia (la Strada Maria Longa) che in leggera discesa, in versante Ceno, aggira il poggio del castello. Giunti ad un bivio si segue la ripida carraia di destra che riporta sul crinale, esattamente alla base dei dirupi nord-occidentali del poggio su cui si erge la torre del castello. Da qui si diparte una ripida traccia che risale il pendio soprastante e conduce (evitando per ripidi canalini erbosi le balze rocciose e infine superando un breve gradino) ad un aereo ripiano sotto l’ultima porzione di roccia sopra la quale si innalzano le mura della torre (digressione sconsigliata per l’oggettiva pericolosità). Si continua per la carraia di crinale in leggera e moderata salita ammirando panorami vastissimi. Dopo una breve discesa, il tracciato riprende a salire con maggiore pendenza tenendosi quasi sempre sul filo del crinale. Un ultimo ripido strappo precede una piccola radura con tavolo e panche nei pressi della sommità di Pietracorva 543 m. Un sentiero conduce sul plateau sommitale che precipita verso nord-est con una verticale parete. Dalla cima, che ospita rare specie floreali, si ammira un panorama notevole. Il rientro a Ramiola avviene per il percorso effettuato all’andata. Mi permetto di suggerire un paio di digressioni: 1) Una volta ritornati alla base del poggio del Castello di Roccalanzona, imboccando una carraia a sinistra chiusa da una sbarra metallica, si scende in una magnifica radura dove è collocato l’Oratorio di Roccalanzona, ottimamente ristrutturato. 2) Giunti al bivio per Pagano, possiamo visitare questa località dove si ammirara uno splendido esemplare di mandorlo e un oratorio del XVII secolo. In questo luogo fu scoperta una pietra con epigrafe a memoria del Giubileo del 1300.

 

 

Lozzola – S.Bernardo – Groppi Neri

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Punto di partenza/arrivo: Lozzola 520 m

Dislivello: 550 m ca

Durata complessiva: 4,30 h

Tempi parziali: Lozzola-S.Bernardo (1,30 h) ; S.Bernardo-Groppi Neri-S.Bernardo (1,15/1,25 h) ; S.Bernardo-Castello-Lozzola (1,30 h)

Difficoltà: E ; EE la salita lungo il profilo sud/est dei Groppi Neri ; EE l’eventuale digressione su sperone roccioso che comporta un breve passaggio di I°

Attrezzatura: ordinaria da escursionismo

Ultima verifica: aprile 2015 (tratto S.Bernardo-sommità Groppi Neri ottobre 2018 ; tratto Lozzola-S. Bernardo settembre 2019)

Accesso stradale: Parma-Fornovo-Ghiare di Berceto. Senza entrare nel centro di quest’ultima località, si prosegue ancora per tratto lungo la SP308R in direzione di Borgo Val di Taro. Al primo bivio si prende a sinistra la SP 532R seguendola per qualche chilometro. Raggiunto un altro bivio si imbocca a destra la stretta stradina d’accesso al paese di Lozzola. Entrati nel centro dell’abitato lo si attraversa per viottolo molto ripido e stretto, parcheggiando l’auto nella parte superiore in corrispondenza della chiesa

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map (2) www.openstreetmap.org

 

Descrizione dell’itinerario

La dorsale montuosa che divide la Val Cogena dalla Val Manubiola è di grande pregio ambientale e interesse paesaggistico. Non particolarmente frequentata, la zona offre notevoli possibilità escursionistiche: è possibile, infatti, realizzare splendidi anelli, oppure traversate, con punto di partenza e arrivo localizzati a Lozzola (come in questo caso), a Belforte o anche a Corchia. La situazione sentieristica (sarebbe più corretto parlare di globale valorizzazione dell’area montuosa) lascia piuttosto a desiderare. E ciò mi stupisce (in realtà non più di tanto!), soprattutto in relazione alla pretesa “rivalutazione” della montagna appenninica che da qualche tempo a questa parte sta diventando un vero e proprio tormentone, uno slogan e nient’altro. Riguardo la zona in questione, ho riscontrato una buona dose di imprecisioni, inesattezze e gravi “facilonerie” per quello che concerne sia il tracciato di alcuni sentieri (nel senso di discordanze tra il percorso effettivo sul terreno e quello segnato in alcune mappe) come anche l’individuazione delle diverse cime. A tal fine, vorrei dilungarmi in un elenco delle varie e interessanti sommità che caratterizzano l’area, sulle quali, come già detto, esiste una certa confusione. La dorsale Manubiola-Cogena consta delle seguenti cime, elencate da sud a nord: 1) il Groppo delle Pietre 1289 mimpercettibile sommità lambita dal sentiero 837 nel tratto Termine del Gatto-La Calà. 2) Il Monte Binaghe 1159 mè attraversato dal sentiero 837 nel tratto La Calà-Groppi Neri. 3) Il Groppo della Donnapresenta due quote di cui la più elevata raggiunge i 1139 m e la si raggiunge con una breve deviazione dal sentiero 837. Interessante è una cima quotata 1078 m che si caratterizza per la sua forma aguzza e le ripide pareti di ofiolite che precipitano verso la Val Manubiola. In versante Cogena troviamo queste sommità: 4) Il Groppo o Groppi Neri 1031 m: ammasso ofiolitico appartato, ma ben caratterizzato, spostato ad nord/ovest rispetto Il Groppo della Donna. Erroneamente identificato con quest’ultimo in alcune relazioni, è attraversato (eccetto la sommità) dal sentiero 837. 5) Un ampia sella separa I Groppi Neri dal Colle Museriri 1044m, tozza montagna che precipita verso sud/sud-est con uno scosceso versante. La sommità è raggiungibile dalla menzionata sella destreggiandosi tra vegetazione invadente e risalti di ofiolite. 6) Il Colle Museriri degrada verso la Val Taro con pendii boscosi. Più in basso, in questo versante, troviamo i due Torrioni di Cumbratina. Il più elevato e imponente è di problematico accesso; il più piccolo invece si lascia raggiungere più facilmente, anche se richiede le dovute cautele. A tal fine si veda: Val Taro: anello delle ofioliti. 7) Collocato nel fondovalle Cogena è Il Groppo delle Tassare 783 m, ammasso ofiolitico la cui base è lambita dal sentiero 833. Infine nel versante Manubiola troviamo le seguenti cime: 8) il Groppo Maggio 967 m, montagna ofiolitica disposta nella sinistra orografica della Val Manubiola, che precipita verso quest’ultima con suggestive pareti e contrafforti rocciosi. La sommità la si raggiunge facilmente staccandosi dalla carraia contrassegnata n° 833A che dal passo La Calà conduce a S.Bernardo. 9) Il Groppo dell’Asino 1153 m, montagna prevalentemente boscosa che costituisce la sponda destra (orografica) della Val Manubiola di Corchia. La sommità è attraversata dal sentiero n°835 che dal Passo La Calà conduce a Corchia.

Dalla chiesa di Lozzola si continua per stradina asfaltata andando a sinistra al bivio che si incontra subito dopo. Si passa inizialmente a fianco di una casa diroccata e nei pressi del cimitero si effettua un tornante destrorso. Si sale poi piuttosto ripidamente fino a raggiungere un bivio dal quale, trascurato lo stradello d’accesso alla frazione Castello (la cui ofiolite visiteremo al ritorno), si prosegue a destra. Si procede inizialmente in lieve discesa avanzando successivamente ai piedi di un groppo ofiolitico. Giunti in corrispondenza di un grosso masso si prende a sinistra una carraia (percorso CAI n° 837) orribilmente deturpata e anche ampliata – per di permettere l’accesso ai mezzi di esbosco – rispetto la sua originaria larghezza. Si guadagna ripidamente quota lambendo poco più in alto una linea elettrica, ammirando qui una bella visuale del Groppo di Gorro. Effettuato un tornante sinistrorso si continua in ripida salita compiendo altre svolte, raggiungendo più in alto un’altra apertura in corrispondenza dell’elettrodotto della Val Taro. Si continua a guadagnare quota per l’erto tracciato fino a doppiare, mediante ampia curva a sinistra, una panoramica costa. Si prosegue in direzione SE trascurando una traccia inerbita in discesa, costeggiando successivamente delle rocce ofiolitiche. Appena dopo si scorgono alla nostra sinistra dei grossi massi ofiolitici: abbandonando temporaneamente il percorso principale possiamo visitare questa suggestiva area, caratterizzata in particolare da due gendarmi rocciosi separati da una stretta fenditura (per entrare in quest’ultima si aggira a sinistra il primo gendarme e, verso destra, si penetra nella spaccatura che si risale con attenzione, scendendo poi, sempre con le dovute cautele, nella parte opposta). Rientrati nella carraia di prima si trascura subito una traccia che si stacca a sinistra, raggiungendo poco più in alto una presa dell’acquedotto (segnavia). Appena dopo si transita a fianco di un poggetto situato alla nostra destra, trascurando a sinistra una traccia inerbita. Penetrati nel fitto bosco si varca un ruscello avanzando poi in piano/lieve salita. Giunti nei pressi di un rio situato alla nostra destra, si incontra un trivio (anche se apparentemente potrebbe sembrare un bivio) dal quale, trascurata la carraia che svolta a destra, si continua per il tracciato di sinistra che tuttavia si abbandona subito. Infatti, nel momento in cui l’ampia traccia curvando nettamente a destra inizia a salire, proseguiamo diritto/sinistra per poco evidente sentiero – che a sua volta costituisce la continuazione del percorso n° 837 – scorgendo a terra un segnavia su un sasso (segnaletica pessima!). Si avanza quindi per questo tracciato in stato di totale abbandono con diverse sterpaglie e tronchi che ostacolano il cammino, progredendo in questo primo tratto in direzione est. Poco più avanti si transita nei pressi di un vecchio essiccatoio all’interno di uno splendido castagneto, forse tra i più suggestivi di tutto l’Appennino parmense. Qui il percorso, invero molto poco evidente e anche in questo tratto con rami e sterpaglie che l’ostacolano, piega nettamente a destra, determinando in questo modo un brusco cambio di direzione. Il sentiero, che diviene successivamente più marcato ed incavato, prima di effettuare una svolta a sinistra risulta interrotto da un albero di castagno divelto. Dopo la svolta si incontra un bivio dove si prosegue a sinistra trascurando a destra una labile traccia (sbiadito segnavia sul tronchetto di un albero). Poco più avanti si transita a fianco di un magnifico esemplare di castagno purtroppo divelto nella sua parte superiore dal vento o da un fulmine. Appena dopo si effettua una duplice svolta, prima a sinistra poi a destra, incontrando sul tronco di un albero alla nostra destra un altro sbiadito segnavia che ci conferma di essere nel giusto percorso. Si prosegue per il buon sentiero ben incavato ed evidente, sottopassando, poco più avanti, il tronco di un castagno caduto a terra. Proseguendo per il tracciato principale si incontra ed ammira un altro straordinario esemplare di castagno, forse centenario, nel contesto di un ambiente boschivo – come ho già espresso in precedenza – tra i più suggestivi di tutto l’Appennino parmense. Successivamente si deve aggirare a sinistra l’ennesimo albero caduto a terra e, proseguendo per il bel sentiero, si raggiungono i ruderi di un secondo essiccatoio o metato. Continuando per il percorso principale, sempre all’interno di un castagneto tra i più belli, si arriva ad un punto in cui il tracciato si sdoppia. Si sale appena a destra del vecchio sentiero, parecchio infossato e dissestato, per traccia piuttosto labile, ricongiungendosi poco sopra con il percorso principale. Poco più avanti si presenta una situazione similare alla precedente, ma in questo caso si sale alla sinistra di un solco (segnavia). Poi, ricongiuntisi con il tracciato principale, si prosegue per esso svoltando in seguito a destra. Si avanza in piano per ottimo sentiero tagliando i fianchi boscosi del Monte Minara, incontrando anche qui un’interruzione causata da alberi divelti. Sempre con andamento pianeggiante si compie successivamente una svolta a sinistra aggirando un boscosa costa. Più avanti si immette da destra una carraia e, proseguendo per il percorso principale, si riprende a salire. Dopo una netta curva a sinistra si avanza pianeggiando, approdando poco dopo un magnifico ripiano boscoso. Effettuata un’altra curva a sinistra si avanza in direzione del vicino crinale Cogena/Manubiola, immettendosi più avanti in una carraia che si segue a destra, tralasciando subito dopo a destra una traccia. Con andamento in lieve discesa ci si inserisce in uno stradello sterrato che si segue a destra transitando subito a fianco di Casa Grassi, ottimamente ristrutturata e collocata in splendida posizione. Avanzando per comoda carraia delimitata a destra da vecchi muretti a secco e a sinistra da pendii prativi che offrono belle visuali, si raggiungono infine i prati al cui sommo si trova la Chiesa di S. Bernardo, 947 m. Spostandosi a sinistra si raggiunge l’edificio a destra del quale si trova un grosso masso ofiolitico con stele che ricorda l’uccisione, avvenuta il 2 febbraio del 1945, di cinque partigiani ad opera dei nazifascisti. Dalla chiesa continuiamo per l’ampia carrareccia che dopo una breve discesa conduce ad un bivio. Andiamo a destra imboccando il sentiero n° 837 diretto al Passo La Calà, ignorando subito a destra la traccia contrassegnata n° 833A diretta a Moncucco Belforte. Il tracciato penetra all’interno di un magnifico bosco e procede perlopiù pianeggiando, transitando a fianco di una fontana. Dopo aver aggirato la dorsale settentrionale della quota 1078 m del Groppo della Donna, si entra all’interno di una splendida valletta, certamente uno dei luoghi montani più interessanti di tutto l’Appennino parmense. Il sentiero continua in discesa conducendo nel fondo della valle formata un rio (ambiente fiabesco), per poi risalire ripidamente lungo la sponda opposta. Dopo aver effettuato alcuni tornanti, si esce dal bosco più o meno in prossimità del profilo est dei (o del) Groppi/o Neri. Possiamo raggiungerne la sommità continuando lungo il sentiero n° 837 che conduce ad un’ampia sella da cui si piega a sinistra verso la non lontana cima. In questa sede mi permetto di consigliare una salita fuori sentiero avendo come direttrice l’appena menzionato profilo est del groppo (nella parte alta roccioso) che consente di gustare al meglio le peculiarità di questi luoghi. A tal fine, si abbandona il sentiero e si avanza in obliquo a sinistra avendo come valido punto di riferimento un verticale gendarme ofilotico, situato più in alto e a destra rispetto al punto in cui siamo. Si procede senza via obbligata aggirando diversi massi, guadagnando successivamente quota a sinistra del menzionato gendarme roccioso. Raggiunto un suggestivo intaglio, volgendo a destra e superando qualche roccetta si può salire sull’ariosa cima dello spuntone ofiolitico. Poi si continua liberamente in ambiente veramente suggestivo, guadagnando in breve la bella ed esclusiva sommità dei Groppi Neri, 1031 m, da cui si ammira un panorama grandioso. Scendiamo per il versante opposto aggirando a destra gli spuntoni sommitali, ricongiungendosi con il sentiero n° 837 che, effettuando alcune svolte (si deve attraversare una recinzione a filo spinato), conduce in un’ampia sella delimitata a nord dal Colle Museriri. Da quest’ultima, in corrispondenza di un masso ofiolitico, si sottopassa la recinzione a filo spinato e si continua per sentiero n° 837 che scende inizialmente nella sponda destra orografica di una selvaggia valletta. Poco dopo si ritorna al punto in cui abbiamo abbandonato il percorso segnato per risalire il profilo est dei Groppi Neri, ritornando a S.Bernardo per lo stesso tracciato seguito in salita. Poi da S. Bernardo si rientra a Lozzola per il medesimo percorso dell’andata, ma prima di terminare l’escursione consiglio un’interessante e inusuale digressione. Giunti al primo bivio incontrato all’inizio dell’escursione, andiamo a destra seguendo una stradina asfaltata. Dopo un bivio da cui si prosegue a destra si giunge nei pressi della frazione Castello, dominata da un caratteristico sperone ofiolitico con croce sommitale, ben visibile da Lozzola. Come degno completamento di questo itinerario consiglio di raggiungerne la sommità. A tal fine, una volta giunti in corrispondenza di una cappella, si abbandona l’asfalto e si sale a sinistra seguendo una dorsale con massi di ofiolite. Arrivati alla base del blocco sommitale, si scalano inizialmente rocce ripide ma molto gradinate cui fa seguito una facile placchetta (I°). Dall’aerea sommità dello sperone si discende con attenzione la placca e si ritorna sui propri passi fino al bivio di prima e alla chiesa di Lozzola, punto di partenza di questa avvincente escursione.