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APPENNINISMO

Che cosa si intende per “appenninismo”? O meglio, quale significato attribuisco a questo termine?

Come sappiamo l’alpinismo è quella pratica di ascesa e scalata in montagna e l’etimologia della parola deriva dalla parola ALPI. Di conseguenza l’appenninismo dovrebbe rappresentare l’esercizio e la pratica della medesima attività in un contesto geografico differente: l’APPENNINO. Se questo è vero in senso molto generico, il significato più profondo “veicolato” dal termine in esame, derivante dalla mia personale riflessione, è molto più complesso e sfaccettato di questo banale parallelismo, a cominciare dal fatto che si pratica abitualmente l’alpinismo anche in ambito appenninico. Alla luce di quanto detto, quale significato attribuisco alla parola “appenninismo”? Vorrei precisare che “appenninismo” non è per forza di cose espressivo di un’attività strettamente legata ad una specifica area montuosa: gli Appennini appunto. La mia personale predilezione per queste montagne scaturisce da un profondo rapporto affettivo con esse che però non assurge a livello di esclusività. Intendo invece per “appenninismo” una modalità di frequentare, “sentire” e, non ultimo, amare la montagna. Una modalità che non si esprime in un’attività specifica, ma che può spaziare nell’ambito di diverse discipline. Quindi – e qui giungiamo al nocciolo della questione – intendo per “appenninismo” un ANDARE IN MONTAGNA non ESCLUSIVO (nel senso di aprioristicamente selettivo) e CATEGORIALE (mi riferisco a quell’eccessiva frammentazione in discipline che attualmente sta imperando), ma INCLUSIVO e COMPRENSIVO. Un frequentare la montagna ponendo come presupposto, fondamento e scopo principale la montagna in se stessa e non il gesto atletico oppure l’opinabile prestigio legato a certi percorsi più o meno alla moda. A mio avviso in questi ultimi anni si è assistito ad una eccessiva “sportivizzazione” delle attività montane che non ha per nulla giovato allo strutturarsi di una dimensione personale, individuale e anche affettiva nel rapporto uomo-montagna. L’esasperazione del gesto atletico, il bisogno di esibirsi, una pericolosa tendenza massificante…tutto questo sta lentamente e progressivamente minando quello che è l’aspetto fondamentale del rapportarsi con l’elemento montagna: la simbiosi interiore con essa nella consapevolezza della sua alterità. Imprescindibilmente la montagna è RADICALMENTE ALTRO rispetto la nostra consuetudinaria condizione umana. Tuttavia è possibile instaurare un rapporto interiore di dialogo e, soprattutto, il formarsi a tappe successive di un’intimità, dove l’itinerario, il percorso che effettuiamo, vive con noi in quanto parte integrante della nostra vita personale. L’esibizionismo e la massificazione sono disvalori imperanti nell’attuale società che l’uomo sta forzatamente innestando nel suo rapportarsi con le montagne, non consapevole che “SE LA MONTAGNA E’ MONTAGNA E’ TOTALMENTE ALTRO”. *

Intendo, quindi, per APPENNINISMO non una disciplina specifica legata ad una particolare area geografica, ma un concetto, un valore, dove l’andare in montagna è splendidamente fine a se stesso, non in senso negativo, ma positivo. Un andare in montagna che vive di vita autonoma e non è animato da altre finalità. Ed è proprio tale perfetto “fine” che ci permette da un lato di essere consapevoli dell’alterità della montagna, il suo essere come essenza, e dall’altro lo sperimentare che essa, pur rappresentando una realtà a noi radicalmente distante, è ugualmente parte integrante della nostra vita.

L’appenninismo è perciò espressivo del mio modo di rapportarmi alla montagna, questo per due motivi: 1) rappresenta una “non categoria”, un qualcosa scevro da omologazione e codificazione. 2) L’ Appennino (da cui in senso lato “appenninismo”) ha esercitato un ruolo fondamentale nella maturazione di un rapporto molto profondo che mi unisce inscindibilmente all’elemento montagna. Il suo prezioso insegnamento è stato quello di condurmi progressivamente nella dimensione dell’ascolto e recezione. Il “linguaggio” dell’Appennino è differente rispetto quello delle Alpi: se quest’ultime si “impongono”, il primo “propone”. Mi piace definire il linguaggio appenninico come subliminale. Sono montagne che con grande discrezione hanno sempre comunicato con me, senza che io fossi in grado di recepire quel linguaggio. Eppure il loro dialogare, il loro proporsi, è entrato in me, si è sedimentato in me, anche se è stato necessario un lungo processo di maturazione al fine che io potessi razionalizzare e “metabolizzare” quella proposta. In particolare l’Appennino, come un buon maestro dotato di grande saggezza, ha indirizzato il mio modo di pensare, guardare e frequentare la montagna non più nella direzione animata dalla tensione di conquista, ma nell’esatto opposto: l’andare per monti come dono gratuito, un qualcosa che prima di tutto si riceve. Questa straordinaria lezione, questo processo evolutivo, ha ampliato notevolmente il mio sguardo, ha “diretto” il mio desiderare, ricordare, gustare e frequentare LE MONTAGNE (di qualsivoglia area geografica) in modo radicalmente nuovo.

*”SE DIO E’ DIO E’ TOTALMENTE ALTRO” è una famosa espressione del teologo protestante KARL BARTH.

 

 

 

 

 

 

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