Cima Silvano: Via Normale Nord

Punto di partenza/arrivo: parcheggio sotto Malga Venegia, 1750 m ca.

Dislivello: 810 m ca.

Durata complessiva: 4,45/5 h

Tempi parziali: punto di partenza-attacco Via Normale Cima Silvano (1 h) ; attacco-sommità Cima Silvano (1,30/1,45 h) ; sommità Cima Silvano-punto di partenza (2,15 h)

Difficoltà: F+ la Via Normale Nord alla Cima Silvano

Attrezzatura: escursionisti molto esperti, abituati a muoversi con disinvoltura su terreni impervi, avvezzi a salite di stampo pionieristico, possono affrontare l’ascesa senza l’ausilio di alcuna attrezzatura specifica (portare comunque il casco e, dipendentemente dalle condizioni stagionali, piccozza e ramponi)

Ultima verifica: agosto 2021

Accesso stradale: da Predazzo si sale a Bellamonte e si continua verso Paneveggio. Superata quest’ultima località, si prende la SP 81 in direzione del Passo Valles. Dopo pochi chilometri, prima che la strada effettui un tornante, si imbocca a destra la carrozzabile (a pagamento) della Val Venegia. Si parcheggia l’auto poco prima di Malga Venegia

www.openstreetmap.org

{Nella sezione evidenziata in colore arancio il percorso è puramente indicativo}

Descrizione dell’itinerario 

Cima remota e selvaggia a cui si accede mediante una Normale friabile ed oggettivamente pericolosa. I pochissimi ometti presenti richiedono un’ottima capacità di scelta autonoma del percorso migliore da seguire. Da non sottovalutare la sezione iniziale (e finale nel senso di discesa) della via, in quanto implica passaggi d’arrampicata fino al II°+, alcuni dei quali discretamente esposti. La risalita del vallone che scende dalla Busa dei Camosci potrebbe richiedere, dipendentemente dalle condizioni stagionali, l’uso di piccozza e ramponi. Ascensione di stampo assolutamente pionieristico, di sicura soddisfazione per chi, come il sottoscritto, ama i silenzi, la solitudine e le emozioni indicibili che solo salite di questa tipologia possono regalare.   

Dal parcheggio situato sotto Malga Venegia, si procede lungo la comoda sterrata che percorre il fondovalle, ammirando superlative visuali sul Mulaz e sulle altre cime che chiudono la valle in cui ci troviamo. Avanzando in modo pianeggiate o tuttalpiù in lieve salita tra splendidi alpeggi e con andamento parallelo al Torrente Travignolo, si raggiunge in circa 25 minuti Malga Venegiota, 1824 m. Continuando ulteriormente per il comodo tracciato in direzione di Baita Segantini, si incontra poco più avanti il bivio con i percorsi n° 749 e n° 710 (quest’ultimo conduce al Passo Mulaz e al Rifugio Volpi al Mulaz). Una volta usciti dal bosco nell’ambito di una grande fiumana detritica, si abbandona il percorso per Baita Segantini e si inizia la risalita del soprastante ghiaione verso l’evidentissima Cima Silvano. Quest’ultima precipita verso est con verticali pareti sulle quali sono state tracciate diverse vie d’arrampicata di un certo livello. L’ascesa più agevole alla sommità avviene da nord, risalendo l’ampio ampio vallone digradante dalla sella che separa la nostra cima dal Campanile del Travignolo. L’accesso al menzionato vallone è però sbarrato da un basamento roccioso costituito da strapiombanti pareti di rocce nere con acqua di fusione. Per superare questa sezione occorre rimontare un avancorpo staccato dalla parete del basamento, per poi spostarsi a sinistra e superare infide rocce miste a ghiaie. Iniziamo quindi la risalita del ghiaione tagliando un sentiero trasversale e faticando discretamente nella parte superiore a causa della ripidezza del pendio. Si punta all’estremità destra dell’avancorpo roccioso separato dalla parete grigio/nera da un angusto canale con scorrimento idrico. Dopo una franosa salita alla base delle pareti dell’avancorpo, si arriva ai piedi delle strapiombanti rocce del basamento e all’inizio del menzionato canale la cui risalita sarebbe in parte possibile ma scomoda e particolarmente scivolosa. Preferiamo stare a sinistra del canale e scalare le rocce grigie dell’avancorpo scegliendo i punti più deboli. Messo piede, verso sinistra, su un terrazzino, si scala subito un corto diedro/canale (II°) e la successiva rampa (II°/II°+) di ottima roccia. Dopo un brevissimo ma delicato traverso a sinistra, lambita la parte alta di un canale/camino, si rimontano delle insidiose rocce miste ad erba (I°+), guadagnando in questo modo la cima dell’avancorpo. Notando un ometto e un chiodo con cordino a destra, si attraversa l’ampia sommità fino ad oltrepassare, mediante ponte naturale, un orrido solco. Scalato un brevissimo ma verticale muretto (II°, esposto), si asseconda per poco un’ariosa cengia fino ad un vecchio fittone con anello. Superato un breve risalto (II°-), si ascende in obliquo a sinistra su pendio delicato con qualche balza rocciosa, prestando molta attenzione al percorso seguito in quanto lo dovremo ricalcare in discesa. Poco più in alto si esce alla base di una rampa erbosa con abete parallela ad un canale roccioso. La si risale interamente continuando poi su terreno roccioso nella sponda destra orografica del vallone che scende dalla Busa dei Camosci. Varcati un paio di ruscelli, giunti più o meno al centro del selvaggio vallone, si risalgono liberamente facili placchette e balze rocciose (I°) progredendo parallelamente ad un altro corso d’acqua. Terminata l’appagante sezione rocciosa, si deve giocoforza guadagnare quota per pendio formato da ghiaie, zolle erbose e grossi massi, assecondando più in alto il filo della dorsale delimitante il canale formato dal menzionato corso d’acqua. Dopo una salita particolarmente ripida e franosa, si arriva a lambire il nevaio della Busa dei Camosci. L’ambiente in cui ci troviamo ha pochi eguali in fatto di maestosità, suggestione ed impatto (impressionanti le visuali sulla Cima dei Bureloni e sul Campanile del Travignolo). Da qui occorre scendere a destra per franoso pendio onde attraversare l’avvallamento alla cui sinistra abbiamo progredito, iniziando subito dopo una micidiale salita per dorsale (la morena del ghiacciaio) particolarmente ripida, faticosa e friabilissima. Con progressione in seguito più comoda, sempre assecondando il ghiaioso crinale, si guadagna un’evidente sella (ometto) ai piedi delle pareti del Campanile del Travignolo (qui arriva il percorso della Normale Sud che, partendo dai ghiaioni sottostanti il Ghiacciaio del Travignolo, asseconda una cengia aerea e per niente invitante). La Cima Silvano è evidentissima e per conquistarla occorre risalire un poco attraente pendio caratterizzato da ghiaie e balze rocciose. Dalla sella non si asseconda direttamente l’esposto filo di cresta che si dilunga verso Cima Silvano, ma, aggirato uno spuntone, si procede parallelamente al crinale per pendio ghiaioso che digrada verso un valloncello. Nel momento migliore si inizia l’ascesa finale alla volta della sommità della montagna, affrontando passaggi scomodi e friabili su pendio instabile che richiede molta attenzione. Qui è necessario mettere in pratica l’esperienza accumulata che si manifesta concretamente nella scelta dei passaggi migliori e meno franosi (in questi contesti ciò che conta è l’intuito personale e non il GPS!). Tenendosi costantemente a destra del filo della cresta sud-est della montagna, si risalgono più in alto facili rocce, muretti e balze. Assecondando infine un canalino /rampa, si conquista l’appuntita e ariosa sommità di Cima Silvano, 2559 m. Soddisfatti di aver conquistato una vetta raramente visitata, ci attardiamo in antica solitudine avvolti da un profondo e armonico silenzio non disturbato da schiamazzanti comitive. Iniziamo poi l’impegnativa discesa che avviene necessariamente lungo la stessa via di salita, senza lasciarsi tentare, una volta ritornati alla sella sotto il Campanile del Travignolo, dall’altra Via Normale (come già espresso, quest’ultima asseconda una vertiginosa cengia forse in più punti franata). Nella parte bassa, dopo aver varcato i due ruscelli e disceso la rampa erbosa, occorre prestare la massima attenzione nel recuperare il punto esatto in cui in salita siamo usciti dall’iniziale sezione rocciosa. Il tratto successivo di discesa fino alla sommità dell’avancorpo è particolarmente delicato e rischioso, mentre la disarrampicata di II°/II°+ dalla cima dell’avancorpo alla base richiede molta cautela e concentrazione (un passo falso avrebbe – com’è ovvio – conseguenze esiziali).